I clienti immaginano spesso la dichiarazione come una sorta di resa: si dichiara il conflitto, poi ci si fa da parte sperando che un volontario noti la pagina e la corregga. Non è così che funziona il meccanismo, e capirne la forma reale cambia il modo in cui impostiamo un incarico fin dall'inizio.
Una volta messo a verbale un legame economico, all'editor che lo dichiara si chiede di non toccare direttamente la voce. Al posto della modifica arriva una richiesta: una proposta specifica e documentata, pubblicata nella pagina di discussione della voce, che descrive esattamente cosa cambiare e cita esattamente da dove viene l'affermazione. Un volontario indipendente la legge, ne verifica le fonti e decide se attuarla, per intero, in parte, o per niente.
Si sconsiglia fermamente di modificare direttamente le voci interessate.
L'attrito è il punto, non un difetto. Un estraneo che non ha nulla da guadagnare legge le fonti a freddo, senza il contesto che le faceva sembrare ovviamente corrette a chi le aveva proposte. È un controllo migliore di qualsiasi revisione interna potremmo condurre da soli.
Questa primavera abbiamo presentato una richiesta di questo tipo per un cliente manifatturiero, la cui voce elencava ancora un amministratore delegato uscito dall'azienda due anni prima. La correzione era minima, una frase, sostenuta da un deposito societario e da un annuncio di stampa specializzata. Ci sono voluti comunque nove giorni e due richieste di chiarimento prima che un volontario la attuasse. Avevamo proposto anche un paragrafo su un premio di settore recente; quella parte è stata respinta, il volontario ha giudicato le fonti, un comunicato ripreso da due testate specializzate, troppo promozionali per reggere da sole l'affermazione. Entrambi gli esiti erano corretti. È a questo che serve il processo.